sabato 2 maggio 2015

Lambrate - Cadorna MM2

Pochi giorni fa a Milano, sono state inaugurate alcune stazioni della MM5, la Lilla.

Nel lontano Dicembre del 1998 - aiuto! - scrissi questo racconto autobiografico, ambientato in metropolitana. In questi giorni mi è tornato in mente... eccolo!


LAMBRATE - CADORNA

L’indicatore elettronico della linea verde direzione Famagosta segnava cinque minuti e mezzo di attesa.
Carla, ferma sola sulla banchina, osservava quasi con disprezzo le persone che avevano sul viso il sorriso, perché per lei non c’era nulla da ridere.
Ragazzini di periferia che scherzavano tra loro dandosi spintoni e parlando tra loro uno strano slang italo - meridionale, zingari che a gruppi preparavano il loro discorso rituale ”siamo famiglia povera, bambini da mangiare...”, slavi con le loro pacchiane fisarmoniche, manager rampanti al ritorno dal lavoro, vecchie donne traballanti sulle loro gambe, coppie in amore.
Finalmente arriva. Carla sale sull’ultimo vagone: si siede stanca, quasi rilassando tutti i muscoli in cerca di riposo fisico e psichico.
Accanto a lei sei ragazzini parlottano tra loro: sembrano compagni di scuola che conversano tra loro; ma qualche parola  attrae la sua attenzione. Incuriosita comincia ad ascoltare, ad osservare. Non sono tutti amici né felici: nel mezzo del gruppo c’è un bambinone con la tuta blu, le scarpe Nike dello zio – come dice lui -, capelli castani ricci, un incisivo rotto, ma soprattutto uno sguardo triste ed impaurito.
Carla non capisce quello che succede, ma percepisce il pericolo, ascolta con impotenza.
Attorno una grande indifferenza, solo un ‘altra donna sembra intuire il disagio del bambinone, ma nessun uomo.
I ragazzini, che ora le appaiono in tutta la loro pericolosità, continuano a parlare immersi fino al collo nella loro stupidità...si stupidità! ma lei  non ha il coraggio di dire nulla per paura di una coltellata nel ventre, per paura di un pugno in faccia.
Quei cinque ragazzi si parlano tramite parole in codice, un codice chiarissimo per qualsiasi persona di buon senso, e di fatti Carla capisce. “Belle quelle Nike, ...dammele, le voglio, dove scendi? A Cadorna vero?” Carla osserva incredula: non era all’Odeon comodamente seduta a gustarsi un film che riproduce il famigerato Bronx newyorkese, ma sull’ultimo vagone della linea verde della metropolitana di Milano.
Carla ascolta, vorrebbe poter aiutare quel bambinone ricciolo con le Nike dello zio che fanno gola agli altri mocciosi, ma non ne ha il coraggio perché quei piccoletti le appaiono come piccoli ma temibili criminali.
Lancia nascoste occhiate di terrore e di supplica verso quei pochi uomini che sono seduti nello stesso vagone, ma Carla risulta  invisibile.
Dopo 20 minuti finalmente il treno giunge alla fermata Cadorna F.N.- Triennale.
Carla scende dopo il gruppetto. Poi prende la scala mobile e si gira per guardare dall’alto ancora per qualche secondo. Quasi come da dietro un vetro o una cinepresa vede che i cinque hanno accerchiato il bambinone in tuta e, approfittando dell’indifferente formicolio umano, si inchinano per levargli – direi rubargli – le Nike dello zio.
Carla non sente più le loro voci, non li vede più e non saprà mai cosa ne sarà del Ricciolo e delle Nike dello zio, ma si ricorderà sempre della indifferenza di quella sera del 18 dicembre 1998.




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